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    7/14/2009

    Cloud computing

    Cloud computing

    Dagli anni '50 fino, in alcuni casi, a pochi anni fa, i lavoratori che avevano a che fare con un computer (si pensi ad esempio agli impiegati di banca) si trovavano in realtà davanti ad un terminale cosiddetto stupido, ossia un monitor, una tastiera e una connessione ad una rete telematica. Questo terminale, insieme con tutti gli altri terminali stupidi, era collegato ad un grosso elaboratore centrale chiamato mainframe. Poiché i terminali non avevano né unità di memorizzazione di massaprocessore, gli operatori non potevano installare nulla in locale, né potevano elaborare nulla in locale. Meglio ancora: non esisteva il "locale", era esattamente come essere perennemente connessi in remoto ad un altro computer. Dati e applicazioni erano memorizzati nel mainframe e tutto ciò che compariva sullo schermo era unicamente frutto dell'elaborazione dei dati presenti sul mainframe stesso (che disponeva di potenza di calcolo e spazio di archiviazione a volontà) e dell'interazione dell'operatore mediante tastiera.
    Negli anni '80 iniziarono ad affermarsi i primi personal computer (PC) ossia sistemi dotati di microprocessore e unità di memorizzazione di massa (tipicamente un disco rigido), che permettevano sia di connettersi a un mainframe come i terminali stupidi, sia di eseguire ed installare altre applicazioni in locale grazie alla presenza di un sistema operativo. Fu una svolta epocale: gli operatori potevano lavorare esattamente come prima, ma, in più, potevano eseguire rapidamente calcoli in locale o fare un solitario "elettronico" durante i momenti di pausa semplicemente eseguendo l'applicazione desiderata. Negli anni la potenza di calcolo
    è divenuta man mano sempre maggiore, e oggi abbiamo a disposizione personal computer che sopportano tranquillamente il carico di più utenti connessi contemporaneamente tanto da assottigliare quella che dieci anni fa era una differenza enorme tra la potenza di calcolo di server e workstation. Possiamo disporre di decine, anche centinaia di applicazioni installate e richiamabili in pochi secondi, e utilizzabili contemporaneamente. Abbiamo a disposizione tutto lo spazio di archiviazione necessario per i nostri documenti, la musica, i filmati, le fotografie eccetera; tutto in locale, sempre a disposizione ma, attenzione, tutto legato a un ben preciso PC. Proprio quest'ultimo legame, talvolta scomodo, ha spinto il progresso in una direzione che potremmo definire "nuova", ma ben presto vedremo che lo è fino a un certo punto. Domanda: chi scarica ancora la posta elettronica con un client in locale, cioè con Outlook, Thunderbird e simili? Fatta eccezione per alcuni ambienti di lavoro, direi quasi nessuno. La consultazione online, tramite browser, è oggettivamente più comoda, permette di controllare la posta e inviare messaggi ovunque ci si trovi, non si è più legati ad una macchina in particolare, ne va bene una qualsiasi, è sufficiente che sia collegata ad Internet. Negli ultimi anni le applicazioni online di gestione della posta elettronica si sono sviluppate enormemente e permettono all'utente di fruire di una grafica invitante e di funzionalità avanzate, tanto da non far rimpiangere i "vecchi" client installabili in locale. Probabilmente già si sarà notato qualcosa di "anomalo" in questo, una deviazione dalla direttrice intrapresa con l'avvento dei PC. Ma guardiamo ancora più avanti: Google annuncia qualche giorno fa il suo sistema operativo per PC, uscirà nel 2010 e sarà disponibile gratuitamente. Sarà un sistema basato sulla filosofia del "tutto online", ciò significa che le applicazioni non saranno installate in locale, ma risiederanno sui server di Google e per accedervi sarà necessario essere connessi ad Internet. Si pensi ad esempio all'elaboratore di testi: si avvia l'applicazione (che gira sul server, dunque con poco carico di lavoro per il PC) e si lavora su un testo, dopodiché lo si salva sul server, non in locale. Si potrà certamente salvarlo anche in locale, ma come impostazione predefinita il salvataggio sarà online, come già succede con Google Docs. Dunque niente documento in locale se non scaricandolo manualmente; ovviamente c'è un vantaggio: quel documento sarà disponibile sempre aggiornato su Internet, ci si slega così dal PC su cui ci si lavora e ci si sbarazza dell'annoso problema della sincronizzazione delle diverse versioni dei documenti tra vari computer. Lo svantaggio è che il documento non è "nelle proprie mani", ma caricato su un server che non è non sotto il proprio controllo. Se per qualche motivo non fosse disponibile la rete, il documento risulterebbe inaccessibile. Niente documento in locale, niente elaboratore di testi in locale. Tutto su server, accessibile via rete Internet. Non si nota qualche somiglianza con quanto accadeva cinquant'anni fa?

    Riferimenti:
    http://en.wikipedia.org/wiki/Cloud_computing
    http://technology.timesonline.co.uk/tol/news/tech_and_web/article3874599.ece

    10/26/2007

    Pre-emphasis nei CD audio


    La «pre-emphasis» per i CD audio è una particolare equalizzazione che gli ingegneri del suono possono scegliere di adottare in sede di masterizzazione. Questa equalizzazione prevede, in breve, un'enfatizzazione dei toni acuti, che viene poi compensata in riproduzione; il lettore CD infatti può riconoscere che è stato adottato questo meccanismo grazie ad un'informazione appositamente inserita nel disco (un flag chiamato «PRE», invisibile all'utente) e procede quindi a un'equalizzazione compensativa, detta
    «de-emphasis».

    Chi ha avuto a che fare con i nastri magnetici sa bene che esisteva una tecnica simile adottata proprio per i nastri, il Dolby Noise Reduction, che, per ridurre il rumore di fondo tipico delle registrazioni su nastro, prevedeva di amplificare i toni acuti del segnale in registrazione; per riprodurre queste registrazioni su nastro occorreva quindi attivare il circuito Dolby NR che operava in riproduzione attenuando i toni acuti nella stessa misura in cui erano stati amplificati in registrazione; l'attenuazione degli acuti in realtà aveva come effetto, in riproduzione, anche l'attenuazione di buona parte del rumore di fondo intrinseco del nastro, il che era proprio l'obbiettivo che si prefiggeva il sistema Dolby NR.

    Perché adottare la pre-enfasi nei CD? Non conosco con precisione il motivo, c'è chi dice che l'obiettivo sia quello di ridurre il rumore di quantizzazione alle alte frequenze. Fatto sta che la maggior parte dei CD in commercio non fa uso di questa tecnica; personalmente possiedo qualche decina di CD audio di musica classica, specialmente della BIS, ma anche qualcosa della Naxos e Harmonia Mundi. Tra di dischi DG, Decca e Philips non ho mai trovato traccia di pre-emphasis. Si tratta comunque di una caratteristica che, secondo me, non migliora in modo percettibile la qualità sonora, a differenza del sistema Dolby NR per i nastri.

    La pre-emphasis può procurare qualche difficoltà agli ascoltatori, e questo mi ha spinto a trattare la questione qui. Innanzi tutto ho constatato che un mio lettore CD portatile economico non è in grado di operare la compensazione, sicché il CD suona con gli acuti enfatizzati (analogamente a quanto succedeva quando si suonava un nastro registrato con il Dolby NR su un lettore che non disponeva del circuito Dolby NR). Ma lo svantaggio più pesante riguarda oggigiorno il salvataggio di questi CD nei computer (e di conseguenza nei lettori digitali portatili): con la maggior parte dei programmi di estrazione audio, infatti, si ottengono file audio (eventualmente MP3 o comunque compressi) non compensati. Dopo qualche giorno di ricerche ho visto che uno dei programmi in grado di estrarre l'audio dai CD operando al volo la decodifica è iTunes della Apple. Si può specificare di comprimere l'audio estratto in MP3 e altri formati, oppure di salvarlo in formato WAV non compresso. So che esistono anche filtri, come il «Q10» della Waves, in grado di operare, tra le altre cose, la de-emphasis, ma si tratta spesso di software non gratuiti, diversamente da iTunes, e che richiedono la presenza di un programma di elaborazione audio installato.

    Grafico tratto dalla pagina: http://www.picosound.de/D_soft.htm


    7/2/2007

    Viti

    Vi siete mai chiesti perché i tecnici riparatori chiedono così tanti soldi solo per la “manodopera”? Qualche risposta inizio a trovarla. Guardate le viti fotografate a fondo articolo: tenevano insieme un disco rigido esterno per computer. Ci si imbatte in cose del genere, che servono solo a far perdere tempo a chi, disgraziato, si trova a dover intervenire su determinati apparati. Un cacciavite adatto è inesistente (o introvabile, cosa che, dal mio punto di vista, è indifferente) e ci si deve arrangiare in qualche altro modo, tentando con i normali attrezzi a disposizione. Però, a lavoro finito, la soddisfazione di buttar via quelle viti (anzi, di conservarle perché cose del genere non vanno dimenticate) avendole sostituite con altre di tipo più “umano”, è infinita. Ma la fantasia dei progettisti non ha limiti: il suddetto disco esterno era infatti chiuso pure a incastro, sistema odioso per sigillare le apparecchiature in genere; per cui, aperto l’incastro (prima sudata: c’è sempre il rischio di spaccare qualche cosa) ci si ritrova di fronte a quelle quattro viti di cui sopra. E inizia la seconda sudata...

    5/23/2007

    Disturbi dalla scheda audio

    Scheda madre MSI K7T266-Pro2A

    Piccolo angolo dedicato ai computer. Finalmente ho risolto un problema che mi tormentava da mesi, e mi pare giusto condividere l’esperienza, così almeno chi si trovasse di fronte a un simile dilemma potrebbe tentare questa via.

    Ecco cosa succedeva: se, mentre ascoltavo musica, in un qualsivoglia formato e con qualsiasi lettore software, facevo lavorare intensamente i dischi rigidi, si generavano sovente dei fastidiosi disturbi nell’audio, simili a quelli che si hanno riproducendo un LP graffiato. Suppongo si trattasse di brevissime interruzioni nel suono, tanto brevi da non essere udite come tali, ma piuttosto come colpi più o meno acuti e intensi. La scheda madre, una MSI K7T266 Pro2-A (MS-6380E), monta il chipset VIA KT266. Evidentemente il controller IDE integrato nel chipset della scheda interferiva con la scheda audio, una Sound Blaster Audigy 2. I dischi rigidi sono dei Maxtor Ultra DMA 100 e 133.

    Inizialmente ho tentato di aggiustare le cose tramite le impostazioni del BIOS, manuale alla mano, agendo su tutte le regolazioni che potevano avere qualcosa a che fare con la velocità dei dischi rigidi ovvero con il bus PCI, al quale fa riferimento il controller IDE ATA 133, con l’obbiettivo di sacrificare parte delle prestazioni del sistema o comunque dei dischi al fine di ottenere un sonoro impeccabile. Questo procedimento, tuttavia, non ha portato ad alcun miglioramento, quindi ho provveduto a ripristinare tutti i valori precedenti al mio intervento, riportando così almeno le prestazioni ai livelli originali.

    Poiché però nel BIOS non ho trovato modo di abbassare la velocità di trasferimento dei dischi rigidi, cioè di imporre modalità Ultra DMA minori della 133, ho pensato di imporre fisicamente un freno sostituendo le piattine IDE con 80 conduttori con quelle di tipo più vecchio, con 40 conduttori, in grado di lavorare al massimo nella modalità Ultra DMA 33, almeno per tentare di ottenere qualche risultato. In effetti quest’intervento, immediatamente riconosciuto dalla scheda madre che segnala ora l’assenza delle piattine veloci da 80 conduttori, sembra aver risolto il problema. Niente più disturbi, anche se il prezzo pagato è un rallentamento generale dei dischi rigidi, uno svantaggio che, per me, è più che accettabile. Per essere precisi, adesso il massimo flusso dati possibile è tra i 13 e i 14 MB/s, ancora sufficienti per masterizzare DVD alla velocità di 8x se il masterizzatore si trova su un controller diverso da quello del disco da cui si attingono i dati (per esempio sul secondario, se il disco rigido si trova sul primario).

    Un’ultima nota: in passato ho avuto un’altra scheda madre con chipset VIA, ai tempi del Pentium III, e si presentava un difetto analogo, indipendentemente dalla scheda audio installata (ne provai due), solo che, allora, forzare la modalità Ultra DMA 33 non risolveva nulla. Questa scheda fu sostituita, in seguito ad un guasto, con un’altra che montava un chipset Intel 440BX, che al massimo supportava Ultra DMA 33, e che non ha mai dato problemi simili pur montando le stesse schede audio, lo stesso processore, le stesse memorie, le stesse unità disco, le stesse schede di espansione e lo stesso alimentatore. A pensarci bene l’alimentatore poteva forse essere la causa, o una delle cause di un tale disturbo, magari in seguito a una riduzione della regolazione dovuta all’età; in ogni caso, avendo già risolto il problema, non vale la pena di perdere altro tempo per ulteriori investigazioni che a questo punto credo sarebbero inutili.